Recensione di Filini Emanuele
MARIA PIA DALLASTA

Il ritratto come esercizio di introspezione psicologica
Si usa dire da sempre che “il viso è lo specchio dell’anima”, e, del viso, gli occhi ne sono la parte più vitale e misteriosa, immediatamente leggibile.ma non sempre decifrabile.
Ogni essere umano è un microcosmo a parte, un piccolo mondo che a volte cerca di difendersi dalle intrusioni altrui , celando lo sguardo, coprendo gli occhi, magari con un paio di occhiali scuri.
Gli occhi rappresentano la via più breve per entrare nell’Io altrui ed è attraverso essi che l’artista cerca di catturare l’essenza dell’individuo ritratto.
Il giocatore di poker sa bene che il suo punto più vulnerabile e penetrabile, da parte degli avversari, è lo sguardo, perciò è su questo che si incentra la sua attenzione per renderlo il più inespressivo possibile, ma nello stesso tempo cerca di mantenerlo attento e scrutatore per leggere l’espressione altrui.
Maria Pia, attraverso i suoi ritratti, cerca di cogliere e raccontare la complessità dell’essere umano con una certa esattezza, e, poiché deve lavorare per la maggior parte del tempo su appunti fotografici, il suo impegno si focalizza sull’esplorazione del confine che c’è tra autenticità vitale e simulazione fotografica. Per fare ciò deve sapere leggere il linguaggio del volto umano, fatto di una grammatica a volte chiara e comprensibile, ma il più delle volte, criptica e sibillina. Deve trovare una chiave di lettura che parte dagli occhi, dallo sguardo, e si arricchisce con la complessa geografia delle pieghe d’espressione.
Ciò detto si può spiegare, in parte, perché, anche se siamo nel terzo millennio, il ritratto pittorico è ancora preferibile a quello fotografico.
Nel primo caso l’artista ha la possibilità di rappresentare il risultato di uno studio psicologico associato a quello descrittivo, inserendo anche “qualcosa di se”, mentre il ritratto fotografico è comunque vincolato a delle costanti difficilmente modificabili, che solo la molteplicità degli scatti e la loro relativa casualità, può produrre un risultato con forte valenza introspettiva.
Un tempo, quando non esisteva la fotografia, il soggetto da ritrarre era costretto a posare per l’artista in lunghe e snervanti sedute di posa. Durante questo lasso di tempo, succedeva che, tramite la conversazione, l’autore aveva la possibilità di conoscere il soggetto stesso più profondamente e da ciò poteva trarre utili indizi per penetrarne la personalità. E questo rappresentava un indubbio vantaggio. Ma il rovescio della medaglia era dato dal fatto che ben difficilmente si riusciva a tenere celato il ritratto, in corso di realizzazione, al soggetto stesso. In questo modo scattavano una serie di condizionamenti nei confronti dell’artista, da parte della committenza, dettate il più delle volte dalla vanità. Generalmente l’essere umano vorrebbe essere ricordato non tanto come è in realtà, ma soprattutto come vorrebbe essere. Ecco che si spiega anche, come tante volte, potevano nascere, da parte di grandi artisti, freddi stereotipi di maniera.
L’artista è un creativo e, come tale va lasciato libero di creare, ne sortirà comunque un’opera d’arte.
Maria Pia, quando si accinge ad impostare un ritratto, ama fare lunghe chiacchierate coi soggetti da ritrarre, a tu per tu, guardandoli negli occhi, cercando di portarne in superficie la personalità. Si fa così una prima idea di come vorrebbe che fosse il quadro finito, poi si accinge al lavoro di realizzazione, utilizzando, a questo punto, anche gli appunti fotografici, per non allontanarsi troppo dalla mera somiglianza somatica.
Così facendo, Maria Pia ha dimostrato che questa è la formula vincente, il quadro non è più solamente una rappresentazione di un soggetto, ma soprattutto una interpretazione della personalità del soggetto stesso. Così come dovrebbe essere, sempre.
Emanuele Filini 2009
Recensione di Gianolio Alfredo
Ritrattista per vocazione
Maria Pia Dallasta è ritrattista per vocazione, sentendo per curiosità umana e intellettuale il bisogno di far emergere il momento più intimo e più vero dal volto oggetto della sua attenzione artistica. E’ un “portar fuori” nel vero significato etimologico dal latino re-traho, ritraggo. Impresa non facile, per la cui riuscita non è sufficiente una predisposizione naturale per il disegno. Se così fosse tanti sarebbero i ritrattisti, mentre molto raramente se ne incontrano di veramente validi.
La Dallasta si dichiara umilmente una “dilettante”; ma non è vero. Ella ha avuto numerosi maestri anche se non agivano all’interno di una scuola, ma liberamente in un contesto ambientale di scambio di reciproche esperienze. Un maestro è stato Anselmo Reggiani, diplomato all’Istituto Toschi di Parma, quando dipingeva a Case Cocconi in una stanza dove erano allineate , accanto ai tubetti dei colori, bottiglie di “Vecchia Romagna”, per annegare la sua disperazione. Un altro maestro è stato il Prof. Galliano Cagnolati di Boretto, i cui affreschi abbelliscono numerose chiese, abilissimo nel rappresentare figure e squarci di paesaggi padani. Infine il grande naif Pietro Ghizzardi, che le ha fatto non pochi ritratti, trasmettendole quasi per magia la voglia di dipingere volti umani, ricambiando con il bel ritratto che, a sua volta, lei gli ha dipinto. La Dallasta ha accumulato una grande esperienza affinando la sua tecnica, che le consente di ottenere particolari colorazioni, dovute a molti passaggi, a sovrapposizioni varie, che non si notano per la raggiunta perfetta fusione. Ed è riuscita ad ottenere l’effetto che lo sguardo della persona ritratta ti segua in tutte le direzioni, sembra che ti guardi ovunque ti trovi. “ Quando riesco ad estrarre da una persona il suo carattere è come se mi immedesimassi in essa, ne facessi parte – dice – e provo una profonda emozione.
Alfredo Gianolio 2008



